Il G7 per l’ambiente a Bologna

Si è chiuso il G7 ambiente di Bologna con una dichiarazione finale adottata all’unanimità che vede però una postilla degli Stati Uniti che non aderiscono alla sezione relativa al cambiamento climatico e alle banche di sviluppo. l G7 ambiente di Bologna ha visto riunirsi intorno al tavolo Italia, Gran Bretagna, Germania, Giappone, Francia, Stati Uniti e Canada con la partecipazione anche di Cile, Etiopia, Maldive e Ruanda.

La settimana che ha preceduto il G7 Ambiente è stata caratterizzata anche da eventi, assemblee, incontri, dibattiti organizzati dal basso, da realtà come Legambiente e Greenpeace insieme ai centri sociali bolognesi come Tpo, Link e Labàs, che sono culminati nella manifestazione di protesta e sensibilizzazione dell’11 giugno per le strade del centro della città.

I lavori del G7 Bologna si sono chiusi con un documento unanime su tutti i temi (dalla finanza sostenibile all’economia circolare fino al marine litter) tranne uno, il clima, dove gli Stati Uniti restano fermi sulla propria decisione: sì alla riduzione delle emissioni di gas serra ma fuori dagli accordi di Parigi. Apparentemente, l’obiettivo della lotta ai cambiamenti climatici resta comune ma le misure da mettere in campo sono diverse. In concreto, gli USA si sono dissociati dalla politica di contrasto al cambiamento climatico, preferendo tutelare il supporto delle aziende inquinatrici e sostenitrici dell’attuale presidenza Trump.

Riflettori puntati quindi sugli Usa e sul rappresentante della Casa Bianca, Scott Pruitt, direttore dell’Epa, l’Agenzia federale per l’Ambiente, che ha lasciato il summit il primo giorno per impegni con il Presidente Donald Trump. Nonostante la posizione americana, gli altri 6 Paesi hanno confermato con determinazione la volontà ad andare avanti nell’azione contro clima. Secondo Scott Pruitt “L’accordo di Parigi non è l’unica strada per fare progressi”, dice. Alla discussione sul clima “ci siamo avvicinati con una posizione di forza e chiarezza”. In particolare, aggiunge Pruitt, il consenso raggiunto oggi “rende chiaro che l’accordo di Parigi non è l’unico meccanismo per la gestione dell’ambiente” e dimostra anche che “il nostro impegno per le conversazioni oneste rappresentano la pietra angolare di un dialogo internazionale costruttivo”.

Ci sono state anche relazioni importanti sulla desertificazione, passate quasi inosservate ai media. E’ stato preso in esame l’importante legame tra il degrado del suolo e i fenomeni migratori. La distruzione ambientale, unito all’insicurezza alimentare e alla povertà, rappresenta una delle principali cause di migrazione. In soli 15 anni il numero dei migranti in tutto il mondo è passato dai 173 milioni registrati nel 2000 ai 244 milioni del 2015.

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